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L’arte della trasformazione: altre due lettere dal Sudafrica

L’arte della trasformazione: altre due lettere dal Sudafrica

L’arte della trasformazione: altre due lettere dal Sudafrica

Mabyalwa e Tshilobo. Entrambi di Johannesburg e con un passato difficile. Entrambi sostegni a distanza del MAIS Onlus. Mabyalwa stringe tra le braccia il piccolo Ofenste, mentre Thsilobo lo vedi sfoderare un sorriso di quelli contagiosi.
La loro è una storia che viene da lontano e che racconta di migrazione. Al giorno d’oggi siamo talmente assuefatti alle notizie sul tema, da dimenticarci che quello di migrare non è solo un diritto delle persone di vivere un’esistenza migliore. Rappresenta infatti un comportamento innato dell’essere umano che, da millenni, si sposta per cercare di sopravvivere, di essere felice. Già, di essere felice, o per lo meno di trovare un posto più adatto per la propria vita su questa Terra.

Mabyalwa 1La famiglia di Mabyalwa veniva dalla provincia del Limpopo, una meravigliosa zona rurale nel nord del Paese. Si è trasferita nella grande metropoli di Johannesburg in cerca di fortuna, perché non di sola bellezza si vive.
Quella di Tshilobo di famiglia, invece, scappava dal Congo e dalle guerre civili che hanno provocato la morte di centinaia di migliaia di persone e la fuga di altrettante. Tra queste, c’era una donna che ha attraversato metà Africa con nove figli al seguito per arrivare nella periferia di Johannesburg.

Erano i primi anni ’90 e il Sudafrica di Nelson Mandela si apprestava a riscrivere la storia del proprio Paese dopo decenni di segregazione razziale. Johannesburg diventava una megalopoli in continua espansione, la terza in tutta l’Africa per numero di abitanti. Accogliendo alla buona un fiume di persone in cerca di un’alternativa ai tanti motivi che li hanno spinti lontano dalle proprie case.

È molto piccola e molto dolce, si legge nella scheda anagrafica di Mabyalwa. Assomiglia alla scheda di tanti ragazzi che sosteniamo. In tutte emerge la fragilità che li accompagna nel loro trascorso.
C’è tanta dolcezza nella storia di questi ragazzi. Spero che la vita ti stia trattando bene dall’altra parte del mondo, scriveva ad esempio Mabyalwa in una letterina inviata ai sostenitori. E in un’altra, sono completamente presa dai miei studi e sto curando la mia vita sociale, per raggiungere ciò che voglio e realizzare i miei sogni.
Mabyalwa è cresciuta con la nonna: non ha mai conosciuto suo padre e sua madre, affetta da disturbi psichici, non era in grado di badare a lei. A sette anni è andata a scuola per la prima volta ma avendo delle grosse lacune ha dovuto ricominciare dal grade 0, quello che per noi è l’asilo. Dunque, ricominciare: è ripartita senza perdersi d’animo e ha continuato con la stessa determinazione. Anche quando a nove anni ha perso la nonna in un incidente stradale ed è rimasta senza nessuno che si prendesse cura di lei.
Così nel 1999 Mabyalwa è stata accolta nella Casa Sudafrica del MAIS Onlus a Johannesburg, la Saint Christopher’s. Da allora, circondata da persone che le volevano bene, ha iniziato un lungo cammino di successi, scandito dalla corrispondenza che inviava ai sostenitori. Nel 2005 è stata in Italia per conoscerli. Un soggiorno tra Roma e Napoli, un’esperienza che lei stessa descriverà come una delle cose più belle mai successe in vita mia. Quattro anni più tardi studiava Gestione del Turismo all’università di Johannesburg, godendosi ogni singolo istante di quel momento.

Tshilobo milambweC’è un filo diretto che lega la storia di questi due ragazzi, il loro vissuto e il desiderio di cambiare il proprio destino. Voglia di farcela insomma, nonostante tutte le avversità.
Così è stato per Tshilobo, costretto a vivere in un mini appartamento con i suoi fratelli e altre tre famiglie di rifugiati. Giocava spesso a pallone, per dare quattro calci ai problemi e rincorrere i suoi sogni. Tshilobo non ha mai conosciuto il padre: è stato arrestato in Congo ed è morto mentre stava dilagando la piaga della guerra civile.
Alle volte la vita sembra accanirsi senza cattiveria. Quello che però sconvolge, in tutta questa storia, non è la sofferenza in sé ma la capacità di un essere umano di trasformarla in qualcosa di bello. È una roba che ti commuove. Come per Tshilobo, che ha passato la frontiera a piedi portando con sé il ricordo di quell’evento traumatico. Tshilobo che ama l’arte e lo sport e si diverte a svegliarsi tutti i giorni per andare a scuola.

C’è una forte reciprocità nella logica del sostegno a distanza. Una spinta verso l’altro da parte del sostenitore che quasi sempre termina con il restituire a qualcun altro quanto di buono si è ricevuto. Si creano cioè esseri umani che guardano ad altri esseri umani con fiducia. S’innescano circoli virtuosi e si trasformano le piccole e grandi sofferenze di ciascuno in opportunità di farne qualcosa di grandioso, di bello.
Certo, non va sempre così. Ci sono molti ragazzi che si perdono lungo la strada, ad esempio. Anche perché per quanto uno si possa sforzare di cambiare il destino delle persone, alle volte la vita segue direzioni impreviste.

 

racheku mmabyalwaSi dice che il segreto della felicità risieda nello smettere d’interrogarsi sul perché delle cose che accadono e iniziare a chiedersi dove ci possano portare di bello.
Oggi Mabyalwa ha un buon lavoro, ad esempio, e sta sperimentando la gioia della maternità. Una gioia immensa e fragile, piena di novità e soddisfazioni ma anche di fatiche.
La maternità è un viaggio pazzesco pieno di notti insonni. Alle volte chiedo a Dio perché Ofenste non sia arrivato assieme a un manuale d’istruzione, spesso piange e non riesco davvero a capirne la causa, scrive nell’ultima lettera inviata ai suoi ex sostenitori. E aggiunge, il Signore ha benedetto la mia vita con dei genitori premurosi e affettuosi come voi. Prometto di rappresentare lo stesso modello di comportamento che siete stati per me e non vedo l’ora che diventi un po’ più grande per fare tante cose assieme.
Tshilobo invece ha scoperto una passione travolgente che da’ forma e colore alle proprie giornate. Ha iniziato a guadagnare, motivo per cui ha deciso di chiedere l’interruzione del sostegno. Per permettere a qualcun altro più bisognoso di usufruire della sua borsa. Scrive, sono stato davvero fortunato perché mi si è presentata un’opportunità con un’agenzia immobiliare che mi ha dato un po’ di libertà economica. Per questo credo sarebbe ingiusto continuare a ricevere il vostro sostegno. Infatti adesso sto svolgendo uno stage con loro e dipenderà solo da me se riuscirò a diventare un agente immobiliare, che ho scoperto essere la mia passione.

Quando capitano sotto mano due lettere come queste, viene da riflettere. Pensi all’energia travolgente di Tshilobo, o alla dolcezza e fragilità della piccola Mabyalwa, che sognava di lavorare nel turismo ed è riuscita a realizzare il proprio desiderio, trasformando la propria vita in qualcosa che non solo valga la pena di essere vissuto, ma anche raccontato.

Altre due lettere dai nostri sostegni andati a buon fine. Altre belle storie da raccontare con un pizzico di orgoglio e tanta voglia di andare avanti. Perché quando si scrivono pagine così, viene solo voglia di non fermarsi più.

L’arte della trasformazione: altre due lettere dal Sudafrica

L’arte della trasformazione: altre due lettere dal Sudafrica